Quando si pensa alla cosiddetta “scuola di Monaco”, il movimento musicale influenzato dall’opera di Franz Liszt, Richard Wagner e Joseph Gabriel Rheinberger, che operò tra la fine del XIX secolo e l’inizio di quello successivo, non può che venire in mente il nome di Richard Strauss.
Quando si pensa alla cosiddetta “scuola di Monaco”, il movimento musicale influenzato dall’opera di Franz Liszt, Richard Wagner e Joseph Gabriel Rheinberger, che operò tra la fine del XIX secolo e l’inizio di quello successivo, non può che venire in mente il nome di Richard Strauss, soprattutto lo Strauss dei poemi sinfonici, uno dei punti estremi del linguaggio sinfonico del tardoromanticismo. Ma coetaneo di Strauss e solidale nella visione musicale di quel movimento, anche se con dei doverosi distinguo, si deve ricordare tra gli altri anche il nome di Ludwig Thuille, nato a Bolzano nel 1861 e morto a Monaco nel 1907.
Thuille (che vediamo nella foto a fianco) ebbe un rapporto di amicizia con Strauss, soprattutto nel periodo giovanile, quando ebbero una fitta corrispondenza attraverso la quale se da una parte è possibile riconoscere una filiazione d’intenti nello sviluppare il linguaggio musicale germanico sul finire del secolo, dall’altra si può notare come Thuille avesse uno sguardo rivolto al futuro, rispetto alle posizioni maggiormente conservatrici di Strauss. Questa differenza di prospettive risulta ancora più chiara se si ascolta un disco appena pubblicato dall’etichetta discografica Naxos, che contiene due delle maggiori composizioni cameristiche di Thuille, il sestetto con pianoforte in si bemolle maggiore op. 6 e il quintetto in mi bemolle maggiore op. 20, eseguiti dal Quintetto Chantily e dal Quartetto Gigli, con la partecipazione del pianista Gianluca Luisi.
Già dal sestetto per pianoforte, flauto, oboe, clarinetto, corno e fagotto, composto nel 1888, si può ascrivere, infatti, nella visione musicale di Thuille, una ricerca che prende le mosse da Brahms, prima ancora che da Liszt e Wagner, considerata l’impostazione squisitamente classicistica della composizione. Ma, ancora più interessante è sicuramente il quintetto, che risale al 1901, in cui la temperie classica viene oltrepassata da venature più moderne, che mettono in rilievo l’inquietudine creativa di Thuille (soprattutto presenti nell’Adagio assai sostenuto e nel Finale Allegro risoluto), che fanno balenare al di là dei nomi finora riportati anche quello di un altro “erede” straussiano, il viennese Alexander von Zemlinsky (nella foto), ultimo rappresentante di un tardoromanticismo che, pur senza defluire apertamente nell’incipiente modernismo della scuola di Vienna iniziata da Schönberg, giunse a mettere in dubbio le sonorità della “Felix Austriae”, incrinate da una presenza sempre più ossessiva della dissonanza.
Di fronte a composizioni così “spurie” e sfuggenti a una precisa catalogazione, l’interpretazione dei due complessi cameristici e soprattutto quella del giovane pianista italiano Gianluca Luisi (che vediamo nella foto) è più che lodevole. Privilegiando un’esecuzione in cui le radici classicistiche si stemperano in passaggi dove le sonorità straussiane e wagneriane assumono un ruolo più marcato, gli interpreti permettono all’ascoltatore di cogliere quella fase di passaggio verso timbri più scuri, più introversi. Anche la registrazione vanta una buona profondità, con il pianoforte bene inserito negli altri strumenti, in modo da garantire un palcoscenico sonoro più che accettabile.